1) Sezione del libro Castelli delle Marche a cura dell’Istituto Italiano dei Castelli.
2) Articolo preso dal giornale “La voce Settempedana” – Anno XLVIII n.43 del 27 ottobre 2001
3) Dizionario di erudizione storico ecclesiastica. Compilazione del cavaliere Gaetano Moroni Romano (secondo aiutante di camera di sua santità Pio IX)
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Di seguito vengono riportati alcuni passi presi dal libro: Castelli delle Marche a cura dell’Istituto Italiano dei Castelli. Carpignano (Castrum Carpignani) Dedichiamo ben volentieri questa scheda a Carpignano, castello dello scacchiere difensivo sanseverinate, senza dubbio assai poco conosciuto, quanto fascinoso.
Posto nel mezzo di una vallata a sud-est di San Severino sulla sinistra del torrente Cesolone, questa fortificazione dall’inusuale positura doveva rivestire notevole valenza strategica se è la da circa mille anni. La vicinanza del torrente e di un mulino forse ne acuiva l’importanza.
Quasi in equidistanza fra gli antichi comuni di San Severino Marche (10Km), Tolentino (4Km), Serrapetrona (6Km), fu da questi aspramente conteso, tanto da essere distrutto e ricostruito più volte. Il toponimo è da taluni fatto risalire all’epoca romana, Carpinianum 1. L’esame di ciò che resta del castello rileva anzitutto una insolita positura, quasi in contrasto con gli usuali canoni che prelidigevano siti naturalmente predisposti alla difesa. E non sembra averlo questo castello vallivo, fiancheggiato da colline, che si affida per di più ad una assai modesta altura. Evidentemente la torre che colà fu eretta (perché questa è la più antica e tuttora più eminente costruzione) svolgeva compiti di controllo ed avvistamento tali da decretarne non solo il mantenimento nel corso dei secoli, ma richiedere anche radicali lavori di aggiornamento alle mutate esigenze belliche, resisi necessari al compiuto affermarsi delle armi da fuoco.
Castello sanseverinate già dal XIII secolo, è oggetto di ripetute distruzioni ed infine di robusti adeguamenti e rafforzamenti nel 1471 ad opera di Pier Martino Cenci, console di San Severino 2.
Ed il primo aggiornamento lo deve aver subito proprio la quadrata torre maestra fasciata da un basamento con evidenti scopi anti-bombarda, che non si è limitato a cingere il mastio. Infatti l’architettore ha realizzato una sorte di anomalo puntone con cui imbragare la torre in esame nei lati SE e SW e con lo spigolo orientato a NE, proprio verso la strada che superiormente fiancheggia il castello, quasi a dover deviare colpi di bombarda sparati da quella posizione.
Estremamente interessante era il sistema di accesso a questa minuscola rocca che era quindi composta dal puntone-braga (inaccessibile mediante scale permanenti) e dalla torre maestra.
Si accedeva infatti ad essa per mezzo di scale e passerelle in legno poggianti su travi che venivano alloggiate in apposite buche pontaie tuttora esistenti.
Issando una scala mobile poggiante sul terreno, la torre di comando rimaneva isolata. Se particolari ragioni di sicurezza o di emergenza suggerivano di evitare qualsiasi facile possibilità di scalata, le passerelle che cingevano parte del puntone basamentale venivano rimosse o rapidamente distrutte e la torre era completamente isolata, pronta alla difesa ad oltranza. Giunti al piano di calpestio della massa basamentale (battagliera), per entrare nella torre vera e propria si doveva comunque superare un ulteriore dislivello di alcuni metri 3.
Tanto la braga a puntone che la torre erano probabilmente provvisti di apparato a sporgere al tempo dell’aggiornamento quattrocentesco. Quindi di parapetto merlato e piombatoi.
Nulla è però rimasto che ci possa testimoniare questo espediente architettonico che avrebbe permesso tanto la difesa piombante che quella ficcante. L’ipotesi restitutiva che proponiamo prevede tanto il descritto sistema d’ingresso che di difesa per il tramite di caditoie.
E’ evidente (anche se non esasperata), la scarpatura della braga basamentale.
La battagliera della braga serviva, oltrechè per invigilare attorno e proteggere la porta del castello, anche per piazzare bombarde e artiglierie semiportatili con cui rintuzzare eventuali tiri demolitori sparati dal lato della strada. E’ da li, evidentemente, che si temevano più probabili attacchi.
La torre si presenta cimata, forse di un terzo. Attualmente la sua altezza è di circa 25 metri. Difficile ipotizzarne l’originaria suddivisione, forse in 5 o 6 piani.
Sta di fatto che due terzi dell’odierno manufatto (braga e torre) sono inaccessibili internamente. E’ evidente che la torre dovesse essere usufruita anche al di sotto del piano di calpestio delle camera di ingresso. Recente restauri hanno occluso ogni possibile accesso ai piani inferiori che, con tutta probabilità, dovevano condurre a vie sotterranee di fuga qualora, in caso di assedio, la torre non potesse più essere difesa o dovesse essere rifornita.
Ma il castello disponeva di una cinta muraria, di torri e di una porta di ingresso. Vediamoli partitamente.
Occupiamoci della porta castellana (ianua castri) anzitutto, di cui resta davvero poco, cioè il fornice con arco a tutto sesto. La porta, orientata ad occidente, fu ricavata nello spigolo NE del circuito che ha un andamento irregolarmente trapezoidale. Il fronte nord occidentale del castello era dunque costituito dalla porta primaria, da una cortina dall’andamento spezzato e da un torrioncino rompitratta che vedremo tra breve.
La ianua castri era costituita da un corpo di fabbrica delimitato da due tratti di cortina (Nord ed Ovest) e da un muro perimetrale che delimitava il corpo di guardia. Di tutto il complesso residuano resti malandati, anche se restaurati.
La porta castellana era verosimilmente sormontata da un coronamento in aggetto su sporto di beccatelli e caditoie di cui non resta nulla. Proseguendo dalla porta verso NW, risulta che la cortina è stata discontinuata per realizzare l’attuale strada d’ingresso al castello. La cinta muraria si angolava quindi verso sud, poi sostituita da un modesto gruppo di case. Interrompe il circuito fortificato un torrioncino circolare cimato lievemente scarpato, poi la cortina prosegue fino ad angolarsi nuovamente ad est. Qui fabbriche gravemente degradate documentano forse gangli funzionali del complesso fortificato. Il fronte sud-orientale del castello non è più in esistenza, demolito. Residua solo un torrioncino circolare, simile a quello già visto, anch’esso cimato con copertura per scopi abitativi.
Orientato a NE, esso fiancheggiava tanto la cortina SE che quella nord-occidentale ora sostituita dalla chiesa parrocchiale. In origine, la cortina che si dipartiva dal torrioncino in esame, andava ad innestarsi nella porzione basamentale della torre maestra. La muraglia quindi proseguiva per congiungersi alla porta del castello. Un modesto circuito, quindi, di 200 metri circa, realizzato in pietra arenaria, così come tutto il complesso fortificato. Uno stemma in pietra, murato alla rovescia nella facciata di una casa prospiciente il mastio, (in ispregio o per semplice ignoranza), forse documenta l’appartenenza del castello alla fazione guelfa: vi è infatti scolpito un leone rampante ed una banda che attraversa lo scudo triangolare. Come per molti castelli, anche quello di Carpignano sembra nascondere un tesoro, tanto che sin dal settecento cercatori si avvicendano fra quelle mura secolari4. Un’ultima notazione. La positura di Carpignano, come detto, non è apparentemente delle più felici. Nonostante ciò, ci è stato riferito da chi ha potuto arrampicarsi sulla sommità della torre, che ha potuto scorgere quella dal castello di Pitino. Ciò permetteva di scambiare segnalazioni che, gradatamente, potevano pervenire all’unità centrale di comando dello scacchiere fortificato: San Severino5. ----------------------------------------------------------- (1)
G.
Boccanera, Serrapetrona, Macerata, 1982. Sul toponimo riportiamo quanto
annotato da R.Paciaroni in “L’Appennino Camerte” n.1 del 9 gennaio
1971: “La toponomastica marchigiana fornisce a volte elementi che
servono ad attribuire al paesaggio una fisionomia che col tempo può
essere anche profondamente cambiata; alcuni nomi fanno chiara allusione ad
esempio alla vegetazione: così Carpignano, o come si legge nelle antiche
pergamene “Carpagnano”, potrebbe significare soltanto luogo boscoso di
carpini. Il territorio di Carpignano rimase prevalentemente boscoso fino
al tardo medioevo e ciò rende più verosimile l’etimologia. Secondo lo storico V.E.Oleandri il nome di
Carpignano si può congetturare derivante da un “fundo Calpeniano”
della gente romana Calpena (cfr. “La cella farfense di S.Mariano e
l’origine del Castello di Colleluce” – pag.7). Ad avvalorare tale
congettura riporta un frammento di cippo funerario proveniente
dall’antica Settempeda dove si legge “C.CALPENVS / … DES”. (2)
“Vi
erano due iscrizioni ora perdute, in cui leggevasi: P.MARTINUS. CENCI F.F
HOC CASTRUM / M. “CCC.”LXXI.” P.MARTINUS. CEN CH. F.F.HOC. CASTRV”,
in V.E.Aleandri, nuova guida di San Severino Marche, San Severino 1898. (3)
In
origine, quando la torre non era ancora provvista di braga antibombarda,
la posterula di ingresso era di una quindicina di metri dall’odierno
livello, ammesso che la torre non fosse stata cinta da fossato; nel qual
caso il dislivello sarebbe stato maggiore. (4)
G.Paciaroni,
Ricerche di tesori nascosti nel Sanseverinate, Circolo cittadino,
San Severino Marche, 1991. (5)
Ad
integrazione di quanto già annotato, segnaliamo alcuni articoli di
R.Paciaroni sul tema “Resti di castelli sanseverinati”, in
“L’Appennino Camerte”, n.13 del 29 marzo 1980; “Il Castello di
Carpignano”, in “L’Appennino Camerte”, n.43 del 31
ottobre 1987; “La chiesa di Carpignano”, in “L’Appennino Camerte”,
n.9 del 5 marzo 1977. -------------------------------------------------------- Articolo
preso dal giornale “La voce Settempedana” – Anno XLVIII n.43 del 27
ottobre 2001. Il castello di
Carpignano Carpignano, uno dei castelli del sistema difensivo sanseverinate, è un piccolo gioiello di architettura militare, dominato dal potente cassero con l’antico mastio fasciato da un alto basamento poligonale, dove sono ancora visibili le traccie degli incavi in cui era alloggiata la scala mobile in legno per accedere alla torre. Situato a valle, sulla riva sinistra del Cesolone, in posizione strategica, fu oggetto di lunghe contese tra Sanseverino e i comuni limitrofi; più volte perduto e riconquistato, distrutto e ricostruito, fu dato nel 1379 da papa Urbano VI a Bartolomeo Smeducci, nuovamente perduto, solo nel 1471 entrò definitivamente in possesso di San Severino. In quell’anno, come ricordavano due epigrafi oggi perdute, il console Piermartino Cenci provvide ad ampliarlo e rafforzarlo in modo che potesse sostenere eventuali attacchi delle artiglierie che si stavano allora affermando. Il castello, con un perimetro di circa 200 metri, conserva ancora resti della cinta muraria, la porta e tre piccoli torrioni circolari rompitratta, poggianti su brevi scarpate, adibiti in seguito ad uso abitativo; nella parete di una delle case che fronteggiano il mastio, fortunatamente ancora non ricoperta dall’intonaco, è infisso alla rovescia, forse per dispregio, lo stemma in pietra dei guelfi, un leone rampante, a testimoniare le contese del passato e l’appartenenza del luogo alla loro fazione. Qui
in un tempo remoto era il monastero benedettino femminile di S. Claudio,
poi trasferito per motivi di sicurezza al Sassuglio, entro il castello di
Sanseverino. Qui è l’antica chiesa dedicata a S. Maria Assunta per la
prima volta menzionata in una pergamena del 1241 in cui Filippo, vescovo
di Camerino, concedeva alcuni diritti su chiese e cappelle, tra cui
appunto quella di Carpignano, all’abbazia di S. Mariano in Val Fabiana
per risollevarne le sorti dopo l’attacco subito da parte delle truppe di
Federico II. In seguito all’unione del monastero di S. Martino a quello
di Valfucina nel 1327, la chiesa di Carpignano fu annessa alla collegiata
di S. Venanzio di Camerino e infine, ricostruita nel 1586 la diocesi di
Sanseverino, fu sottoposta alla parrocchiale di Colleluce, da cui tuttora
dipende. Ridotta
in rovina e impraticabile per il crollo del tetto è stata completamente
restaurata e riportata allo stato originario nel 1987, grazie
all’impegno del compianto don Nello Paina. Nell’occasione si è scelta
la soluzione di ripristinare il muro divisorio ottocentesco eretto,
spostando in avanti l’altare, per creare un piccolo vano ad uso
sacrestia. Rimane così nascosto l’unico affresco (XVI sec.) che si
conserva all’interno, una bella riproduzione della Madonna dei Lumi
entro una nicchia dallo strombo decorato a motivi di fori e di frutta. Il
dipinto, di cm 190 x 130, presenta una lunga fenditura diagonale e lascia
appena intravedere tracce delle figure rappresentate nella parte
inferiore: tre teste di angioletti, S.Severino che regge in mano il
modellino della città e S Giovanni Battista, secondo le descrizioni fatte
nel passato. Sarebbe proprio necessario un restauro per conservare almeno
quanto rimasto. Severino Servanzi Collio, descrivendo questo affresco,
parla anche di una pala d’altare rappresentante l’Assunta con i Santi
Giovanni, Severino e Nicola, di cui si è persa ogni traccia. Si può
comunque supporre che la chiesa fosse ricca di suppellettili, a giudicare
dalla preziosa croce astile del XV secolo, finissimo lavoro di oreficeria
che oggi si può ammirare nella nostra pinacoteca civica. ------------------------------------------------------ . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . All’interno del torrioncino sono ancora visibili i fori (ce ne sono tre) da cui si poteva introdurre armi per sparare verso l’esterno delle mura castellane. Nelle due immagini successive si possono vedere i fori restaurati così come appaiono nelle torriole del Castello di San Leo a Pesaro.
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Dizionario di erudizione storico ecclesiastica. Compilazione del cavaliere Gaetano Moroni Romano (secondo aiutante di camera di sua santità Pio IX) Il Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni è la principale opera scritta dal cavaliere Gaetano Moroni, bibliofilo, erudito, nonché Aiutante di Camera dei pontefici Gregorio XVI e Pio IX. |
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